Venerdì 26 Marzo alle ore 18.00 in Piazza Annunziata si terrà la chiusura della campagna elettorale con il comizio del candidato sindaco del PD Alfonso Caprio ed i candidati consiglieri.
Alfonso Caprio, Alessandro Buffardi, Ubremo Cardinali, Attilio Cervo, Salvatore Cretella, Raffaele De Filippo, Francesco Di Napoli, Vincenzo Fabiani, Rosa Fulvia Martello, Anna Maria Marzullo, Raffaele Papararo, Clorinda Pianese, Giovanna Pisani, Salvatore Raimondo, Otello Ricci, Giuseppe Scialla, Arturo Sementini, Salvatore Taurino, Gaetano Tebaldi, Gaetana Traettino, Grazia Traettino.
Per tornare ad essere insieme padroni del nostro futuro.
Alfonso Caprio candidato al Consiglio Provinciale di Caserta
Alla Provincia di Caserta con Giuseppe Stellato
Alla Regione Campania con Vincenzo De Luca
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ALFONSO CAPRIO - LA VITA
ALFONSO CAPRIO nasce a Castel Volturno (CE) nel 1958, frequenta la locale scuola elementare (1964-1969) e la scuola media (1969-1972), si diploma nel 1976 presso l’Istituto Magistrale Statale “Virgilio” di Pozzuoli (NA), nel 1982 si laurea in Lettere Moderne, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con il massimo dei voti e la lode, con una tesi dal titolo L’amore a Napoli nelle rime volgari, auliche popolari e dialettali dell’età angioina. Possiede due abilitazioni in Italiano, Storia, Ed. Civica e Geografia classe A043 e una in Materie Letterarie e Latino nei Licei e nell’Istituto Magistrale classe A051. Dal 1988 insegna, in qualità di docente di ruolo, Materie letterarie presso la Scuola Secondaria Statale di Primo Grado “G. Garibaldi” di Castel Volturno (CE). Dal 1997 ricopre la carica di Vicepreside-Primo collaboratore Vicario e Segretario del Collegio dei Docenti, dal 1991 è membro del Consiglio di Istituto con funzione di Segretario, RSU dal 2001.
E’ stato Cultore della Materia presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli per gli anni accademici 1993/94; 1994/95; 1996/97; 1997/98.
Ha maturato esperienze metodologiche e didattiche partecipando al Progetto Operativo Plurifondi. (POP) 940025 I 1 –Anno Scolastico 1998-1999 - Sottoprogramma 14 - Misura 14.3 - La Scuola Orienta La Scuola; al Progetto Scuola situate in zone a rischio a.s. 1999-2000; 2000-01; 2001-02; 2002-03; al Programma operativo nazionale scuola n.1999 IT 05 1 PO 013 Misura 1 azione 1 H “Educazione Ambientale” HELIANTHUS II (codice 1.1h – 2002 -8) – Modulo 5 – Il rimorso dell’uomo: dalla violenza alla tutela. I parchi simbolo del pentimento per la violenza dell’uomo verso la natura nell’a.s. 2004-2005; al Progetto regione Campania “Scuole Aperte” nell’a.s. 2007-08; 2008-09; al Progetto PON 2008-09.
Ha partecipato in qualità di relatore al Convegno Internazionale per il Bicentenario della morte di S. Alfonso M. de Liguori sul tema Alfonso M. de Liguori e la società civile del suo tempo, Salerno, S. Agata dei Goti, Salerno, Pagani, 15-19 maggio 1988 e al Convegno Internazionale per il III Centenario della nascita di S. Alfonso M. de Liguori sul tema Alfonso M. e Liguori e la civiltà letteraria del Settecento, Napoli 20-21-22 ottobre 1997.
Ha partecipato a corsi di aggiornamento conseguendono i seguenti attestati rilasciati dal Provveditorato agli Studi di Caserta, Il Successo Formativo, Castel Volturno (CE) 29-30 aprile 1996, per un totale di 16 ore; dalla S.M.S. “G. Garibaldi”, L’Operatività, Castel Volturno (CE) 4-6-7-14 giugno 1996, per complessive 12 ore; I Problemi dell’età evolutiva, Castel Volturno (CE) 3-4-24-26-27 giugno 1996, per complessive 15 ore; 1. Le nuove figure professionali – 2. PEI e Carta dei Servizi – 3. Gestione e Qualità della Scuola – 4. Le Figure di Sistema – 5. Organizzazione e Gestione, Castel Volturno (CE) 22-26-27 maggio – 5-6 giugno 1997, per complessive 20 ore; - 1. L’alfabetizzazione informatica – 2. Generalità dei sistemi operativi - 3 Le nuove tecnologie multimediali e la loro utilizzazione nella scuola – 4. Nuove tecnologie comunicative applicate alle varie discipline – 5. Struttura di un Word processor, foglio elettronico e data base – 6. Programmi didattici e loro applicazione, Castel Volturno (CE) 3-8-9-10-11- settembre 1998, per complessive 20 ore; dal Provveditorato agli Studi di Caserta, Il diritto di sapere e di essere informati: insegnare a giovani cittadini d’Europa”, Caserta 13 gennaio 1999, dalle ore 9 alle ore 12.00; dall’I.P.I.A, “G. Ferraris”, Seminario di aggiornamento per l’attuazione dei progetti contro la dispersione scolastica, Maddaloni, P.O. 940025I 1 –Misura 9.1,9.3 e 14, Maddaloni (CE) 22 gennaio 1999, per un totale di 8 ore; dalla S.M.S. “G. Garibaldi, Autonomia quale modalità di essere scuola, Castel Volturno (CE) 14-15-16 dicembre 1999, per complessive 10 ore; Programmazione modulare, Castel Volturno (CE) 15-17-29 febbraio 2000, per un totale di 10 ore; dal Provveditorato agli Studi di Caserta, Seminario di formazione peri Docenti Funzioni Obiettivo, Caserta 3 maggio 2000, per un totale di 2 ore; - 1. La scuola come organizzazione complessa, autonoma e progettualità – 2. Valutazione ed autovalutazione – 3. Formazione dei Docenti -4. Sviluppo della comunicazione multimediale – 5. Scuola Territorio – Mondo del lavoro, Mondragone (CE), 2 giugno 2000, per complessive 16 ore; dal I Circolo Didattico di Castel Volturno, L’insegnante esploratore e interprete del disagio, Castel Volturno (CE) 26-28-29-30 giugno 2000; 11 dicembre 2000, 12 e 22 gennaio 2001, 9 febbraio 2001, per un totale di 41 ore; dalla S.M.S. “G. Garibaldi”, Internet e i suoi applicativi, Castel Volturno (CE) 12-1926 novembre, 3-10-17-21 dicembre 2001, per un totale di 20 ore; dal C.S.A.P. Caserta, La qualità dell’istruzione. Percorsi di miglioramento: dall’autoanalisi alla customer satisfaction, Castel Volturno (CE) 5-6-7- febbraio 2002; dal I Circolo Didattico di Castel Volturno, Intercultura – Educazione alla “diversità”, Castel Volturno (CE), dal 19 aprile 2002 all’9 maggio 2002, per un totale di 12 ore; da Mater, Comuni ed Imprese nel Mediterraneo: Nuove opportunità per lo sviluppo locale ed occupazionale, Castel Volturno (CE) 28 febbraio 2003; da Proteo Saper Fare, I Nodi Problematici della Riforma Moratti – Caserta 25 giugno 2004 per un totale di 4 ore; Progetto Helianthus II – Promozione e diffusione della cultura ambientale - Napoli, 8 giugno 2004 per un totale di 4 ore; Progetto Helianthus II –Promozione e diffusione della cultura ambientale - Napoli -20-21-22 settembre 2004; Istituzione: qualità – La qualità si fa – Maddaloni (CE) – Convitto Nazionale “Giordano Bruno” 15-16-17- novembre 2004, per un totale di 10 ore; Corso di formazione per Addetti al Servizio di Prevenzione e Protezione dai Rischi avente per titolo “Sicurezza nei Luoghi di Lavoro”, Castel Volturno (CE) 13-14-15-16-17 dicembre 2004 per un totale di 20 ore; Corso di aggiornamento sul tema “La Riforma Moratti”, 18-26.febbraio 2005; 4-10-16-21 marzo 2005 per un totale di 24 ore; Corso di aggiornamento L’ascolto e la comunicazione efficace come prevenzione e disagio, 20 ore 2006; Corso di formazione Responsabile/Addetto del servizio di prevenzione e protezione Modulo B dal 04.05.2007 al 15.05-2007; Corso di aggiornamento La Celiachia – Intolleranza al Glutine, 27 aprile , 03 e 25 maggio 2007; Corso di aggiornamento PUNTO EDU-FORTIC ,di 120 ore , 18 e 31 marzo; 07, 14, 21, 28 aprile; 12, 19 maggio 21 giugno 25 giugno, 01 luglio 2008 I Circolo Didattico di Castel Volturno; Corso di Formazione 626, 2008 per un totale di 4 ore; Corso di formazione sul tema Amico libro – Leggere, Apprendere, Crescere nella Biblioteca Scolastica, 10 novembre 2008 Napoli; Seminario Provinciale “Amico Libro”, 2 e 3 dicembre 2008, Caserta; Corso di aggiornamento sul tema Addetti al primo soccorso aziendale e gestione delle emergenze, 4-6-9 novembre 2009, per un total di 12 ore.
Nel 1993 è stato tra i promotori della lista Io amo Castel Volturno, che concorse all’elezione a sindaco di Castel Volturno Mario Luise, sostenendone la politica amministrativa dal 1994 al 1997 in qualità di consigliere comunale di Maggioranza. Dal 2000 al 2005 è stato capogruppo di Opposizione dei Democratici di Sinistra nel Consiglio Comunale di Castel Volturno.
E’ stato iscritto al Partito Democratico della Sinistra, aprendone la sezione a Castel Volturno fin dal 1997; ai Democratici di Sinistra ricoprendone la carica di segretario cittadino dal 2005 al 2007; è stato tra i fondatori a Castel Volturno del Partito Democratico fin dal 2008 e ne è il coordinatore cittadino.
E’ stato fin dal 1983 tra i soci fondatori del “Gruppo Cultura & Società”, ed ha partecipato all’allestimento e alla rappresentazione di spettacoli e commedie teatrali, in qualità di attore amatoriale, quali: Jesce sole (1984), ‘A chiagniuta i Carnevale e La Zita (1988), Paese mio, famiglia mia (1988), ‘O Paravise ‘e Turcigliano (1988), Nel nome del padre (2004), Malaria 1822 (2005), ‘U cunte i Chiarastella (2008).
Ha al suo attivo le seguenti pubblicazioni: A. CAPRIO, Rassegna di studi critici sulle rime volgari amorose napoletane dell’età angioina (1678-1978), in -Critica Letteraria-, X, 1982, 4, 37, pp. 789-815; Indice generale di Critica Letteraria (1973-1982), a cura di A. CAPRIO, con Prefazione di P. GIANNANTONIO, Napoli, Loffredo, 1983; A. CAPRIO, Recensione a P. ZAJOTTI, Polemiche Letterarie, a cura di R. TURCHI, Padova, Liviana, 1982, in -Critica Letteraria-, X, 1982, 3, 36, pp. 604-7; A. CAPRIO, Recensione a AA.VV., Verga l’ideologia le strutture narrative il “caso” letterario, a cura di R. LUPERINI, Lecce, Milella, 1982, in -Critica Letteraria-, XI, 1983, 1, 38, pp. 184-5; A. CAPRIO, L’educazione al lavoro nella programmazione educativa della scuola elementare, in -Nuova Secondaria-, II, 15 Febbraio 1985, 6, pp. 61-2; A. CAPRIO, Desiderio di fiaba: trasferitelo nella vostra attività di insegnante, in -Nuova Secondaria-, II, 15 Febbraio 1985, 6, p. 63; A. CAPRIO, Recensione a G. CAVALLINI, La dimensione civile e sociale del quotidiano nel teatro di Carlo Goldoni, Roma, Bulzoni, 1986, in -Critica letteraria-, XVI, 1986, 4, 53, pp. 807-8; A. CAPRIO, Gli editori napoletani di Alfonso M. De Liguori, in Alfonso M. De Liguori e la Società civile del suo tempo, in Atti del Convegno Internazionale per il Bicentenario della Morte del Santo (1787-1987), a cura di P. GIANNANTONIO, Firenze, Olschki, 1990, vol. I, pp. 323-350; G. ROSSETTI, Carteggi – Volume terzo (1832-1836), a cura di A. CAPRIO – P.R. HORNE – J.R. WOODHOUSE, Napoli, Loffredo, 1992; A: CAPRIO, Variconi (Poesie palustri), Ragusa, Cultura Duemila Editrice, 1993; G. ROSSETTI, Carteggi – Volume quarto 1837-1840), a cura di A. CAPRIO – P.R. HORNE – J.R. WOODHOUSE, Napoli, Loffredo, 1995; A. CAPRIO, La fortuna di Alessandro Manzoni nel giornalismo napoletano della Restaurazione (1815-1830), in -Critica Letteraria-, a. XXIII, fasc. III-IV, n. 88-89, 1995, pp. 285-307; A. CAPRIO, Castel Volturno, la storia, la cultura, i monumenti, le famiglie, Napoli, Parresia, 1997; A. CAPRIO, Castel Volturno una città di mare sulle rive di un fiume, in -Domizia e Dintorni-, I, 1, Luglio 1998, p. 5;. CAPRIO, Il Volturno una superstrada d’acqua, in -Domizia e Dintorni-, I, 2, Giugno 1999, pp. 20-1; G. ROSSETTI, Carteggi – Volume quinto (1841-1847), a cura di A. CAPRIO – P. HORNE – S. MINICHINI – J. WOODHOUSE, Napoli, Loffredo, 2001; A. CAPRIO, Il Volturno e la Domiziana tra sogno poetico e realtà storica, in -Il Mulo-Rivista Culturale-, II, 2, 3, maggio 2001, pp. 16-22; A. CAPRIO, La diffusione del Cristianesimo lungo la via Domiziana, in -Il Mulo-Rivista Culturale-, II, 3, 4, settembre 2001, pp. 8-15; A. CAPRIO, La Chiesa dell’Annunziata a Castel Volturno, in -Il Mulo-Rivista Culturale-, II, 4, 5, dicembre 2001, pp. 15-22; A. CAPRIO, Il Castello e il borgo S. Castrese a Castel Volturno (CE), in -Il Mulo-Rivista Culturale-, III, 1, 6, marzo 2002, pp, 11-15; A. CAPRIO, Le canzoni d’amore della Napoli angioina nell’opera di Giovanni Boccaccio, in -Il Mulo-Rivista Culturale-, IV, 1, 9, marzo, 2003, pp. 6-21; A. CAPRIO, La letteratura per l’Infanzia in Italia, in -Il Mulo-Rivista Culturale-, IV, 2, 10, giugno-settembre 2003, pp. 21-33; A. CAPRIO, La letteratura giovanile in Italia, in -Il Mulo-Rivista Culturale-, IV, 3, 11, dicembre 2003, pp. 5-16; A. CAPRIO, Guglielmo Maramauro un poeta stilnovista della corte angioina, in -Il Mulo-Rivista culturale-, V, 2, 13 settembre 2004, pp. 5-12; A. CAPRIO, Volturnalia (Poesie fluviali), Ragusa, Libroitaliano World, 2005 G. ROSSETTI, Carteggi – Volume sesto (1848-1854), a cura di A. CAPRIO – P. HORNE – S. MINICHINI – J. WOODHOUSE, Napoli, Loffredo, 2006.; A. CAPRIO, Vita di San Castrese vescovo martire e patrono di Castel Volturno (CE), con prefazione di BRUNO SCHETTINO Arcivescovo di Capua, Villa Literno (CE), Associazione S. Castrese Editore, 2007; A: CAPRIO, I cospiratori Carbonari nel Basso Volturno, in -MINIMA ET MORALIA-, Rivista Trimestrale di Ricerche e Studi, a. X, n. 1, settembre 2008, pp. 3-21; A. CAPRIO, Insediamenti preistorici e popoli preromani nella Campania Settentrionale, in -MINIMA ET MORALIA-, Rivista Trimestrale di Ricerche e Studi, a. XI, n. 1, aprile 2009, pp. 3-11; A. CAPRIO, I Sacri misteri nella tradizione cristiana campana, in -MINIMA ET MORALIA-, Rivista Trimestrale di Ricerche e Studi, a. XI, n. 1, aprile 2009, pp. 20-30.
RECENSIONI DI ALFONSO CAPRIO
RECENSIONE a P. IORIO
Il Sud che resiste. Storie di lotta per la cultura della legalità in Terra di lavoro, presentazione di Guglielmo Epifani e postfazione di don Luigi Ciotti, Roma, Ediesse, 2009.
Il libro di Pasquale Iorio dal titolo Il Sud che resiste, ha come sottotitolo Storie di lotta per la cultura della legalità in Terra di Lavoro, una presentazione di Guglielmo Epifani e una postfazione di don Luigi Ciotti, due personaggi pubblici di notevole spessore sociale e culturale insieme, il primo è segretario della CGIL mentre il secondo è il fondatore di Libera, entrambi si battono per l’affermazione della persona e dei lavoratori e contro le mafie di qualsiasi tipo. Il libro si compone di otto capitoli e un’Appendice contenente tre schede, che riguardano l’associazione Agrorinasce, ed è dedicato inoltre alla moglie dell’Autore, Bettina Luise, che come recita la dedica -mi ha sempre incoraggiato- e alla CGIL, che è e resta -un pezzo significativo della mia vita-, come dichiara lo stesso Autore.
Dopo aver letto l’intero libro, dalla prima all’ultima parola, mi è venuto in mente un aforisma di Lao Tze -Che fa più rumore un albero che cade, che una foresta che cresce-, perché come sottolinea nella Presentazione lo stesso Guglielmo Epifani il libro di Pasquale presenta un Sud -diverso, originale, denso di vitalità e di speranza- (p. 11). In effetti i mezzi di comunicazione di massa: Tv, radio e giornali si interessano del Mezzogiorno d’Italia soprattutto per informare l’opinione pubblica di efferati fatti di cronaca nera o di criminalità organizzata, che sono diventati oramai quasi una sorta di cartolina oleografica da offrire al lettore, pare che non ci sia niente di più o di meglio da sottoporre all’attenzione del lettore o del telespettatore; non vengono messi nel giusto risalto quei personaggi o fatti che potremmo definire -positivi-, che non fanno notizia e che pare non interessino nessuno, eppure in questa parte d’Italia che è la provincia di Caserta, che l’Autore chiama con il vecchio nome di Terra di Lavoro, a voler quasi rimarcare con l’uso di questo appellativo che invece in questa terra si continua a lavorare, a produrre, ad operare non solo per il proprio bene ma anche e soprattutto per il bene comune. Nella nostra provincia, nelle nostre città, nei nostri paesi migliaia di persone ogni mattina si alzano e vanno a lavorare onestamente e tra questi, contadini, operai, impiegati, dirigenti, funzionari, insegnanti, studenti, così forse non la pensano i ministri Brunetta e Gelmni, ma noi crediamo che sia così, altrimenti il mondo non girerebbe come deve girare, se noi fossimo da considerare tutti fannulloni, ignoranti e strumentalizzati. Tutta questa gente, questo popolo, che la mattina si muove e mette in moto l’economia di una nazione, di una regione e di una provincia non fa notizia, nemmeno le tante persone che sono impegnate nel volontariato laico e cattolico e in quelle associazioni, che hanno messo in primo piano, come caratterizzazione della loro ragione attività sociali e culturali, che li trova impegnati in prima fila tra coloro i quali si battono per ripristinare quella legalità violata, che dovrebbe essere alla base della nostra convivenza civile e questo lo fanno con passione e dedizione di fronte agli efferati atti di criminalità organizzata di cui la nostra società resta vittima. A tutte queste persone, che operano quasi nell’ombra possiamo dire, Pasquale Iorio cerca di dare voce, di disegnarne la loro storia, per farla conoscere a testimonianza che nella nostra provincia operano non solo delinquenti ma anche persone che vogliono costruire un nuovo mondo e una nuova realtà, fatta di rispetto delle regole della vita sociale, che ci siamo dati, quanto abbiamo scelto la democrazia e votata la Repubblica., perché come asserisce lo stesso Autore -Ho voluto verificare che anche nelle nostre terre è possibile ricostruire percorsi e messaggi di speranza per non rimanere schiacciati dallo sconforto e dalla disperazione davanti a tanta violenza- (p. 18) e anche per mantenere fede all’appello lanciato nel 2008 a Villa Literno don Luigi Ciotti -Affinché qualcuno scrivesse anche su cose positive di questa terra- (p. 19). Non è quindi, questo di Pasquale Iorio un libro in cui noi Meridionali ci piangiamo addosso e aspettiamo come sempre dallo Stato il nostro riscatto, ma la descrizione di chi lotta, nel vero senso della parola e si ribella quotidianamente per il proprio riscatto, prima di tutto morale, per non soccombere davanti alla morsa della criminalità organizzata e all’idea, che sta prendendo sempre più piede, della diversità esistente tra le persone per il colore della pelle, che non può che portare al più bieco razzismo. Due, infatti, sembrano le forze che danno motore all’intero libro una centripeta e l’altra centrifuga. Quella centripeta pone al centro del dibattito la ferocia di rivendicare da parte della camorra, con il sangue, il dominio del territorio dall’altro quella centrifuga che ci allontana dai nostri simili mediante gli episodi di intolleranza razziale. A queste due forze si contrappone l’impegno energico di una milizia coraggiosa, che nasce tra le pieghe di quella stessa società, come anticorpi da contrapporre a quella stessa malattia, che ha generato potenze furiosi e distruttrici, che sembrano prevalere nella nostra terra ma che invece essendo sempre sotto attacco costante, da parte della magistratura e delle forze dell’ordine, da tanta gente e uomini di buona volontà sta retrocedono ad ogni loro nuovo apparire e come l’idra di Lerna sconfitta da Ercole anch’essa è destinata a soccombere; soprattutto con la requisizione dei patrimoni acquistati illecitamente e l’applicazione del carcere duro, che porteranno come conseguenza una nuova mentalità quando si capirà che non varrà più la pena di spendere una vita, l’unica che abbiamo su questa terra, per accumulare tante indebite ricchezze con la sopraffazione, per poi non potersele godere.
Il libro di Pasquale Iorio restituisce al lettore la chiara fotografia di tante associazioni locali e tanti personaggi, che con tenacia e fatica si impegnano nella lotta contro la camorra, che è lotta anche per i diritti, per la democrazia e l’uguaglianza tra gli uomini. Tra questi vanno certamente ricordati per il loro impegno l’associazione Capuanova, la Cooperativa sociale Solesud onlus, l’Edil Atellana e la Coop Sole, Il Circolo Ager, l’Associazione Jerry Essan Masslo, l’associazione “Mo basta”, il Comitato Don Peppe Diana, Libera, il Consorzio Agrorinasce, L’Osservatorio per la legalità, la Camera di Commercio di Caserta, la CGIL di Caserta, l’Università del territorio e i progetti “Scuole Aperte” finanziati dalla Regione Campania, che trasmettono forti messaggi di speranza per le nuove generazioni. A tutti questi bisogna poi aggiungere i tanti personaggi come Gigi di Fiore, Raffaele Sardo, don Rosario Giuè, l’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, Suor Rita della Comunità Rut di Caserta, il parroco Don Giuseppe Esposito, l’imam della moschea di San Marcellino Nasser Hidouri, padre Giorgio Poletti dei Padri Comboniani, Renato Natale, Pietro Russo, Gianni Allucci, Mauro Baldascino, tra tutti spiccano le figure di coloro che hanno speso la loro vita per amore della loro gente come don Peppe Diana e Federico Del Prete. Pochi i politici ricordati e tra loro Peppino Capobianco, Armando del Prete, Ferdinado Imposimato, Lorenzo Diana e Mario Luise, questo perché permane ancora uno stato di inadeguatezza dell’attività politica di fronte alla lotta alla criminalità organizzata e una inadeguatezza alle sfide della modernità.
Tutti costoro propongono una riflessione non tanto sul loro illustre operato ma su due problemi, due cancri che si sono diffusi nella nostra città, nella nostra provincia e nella nostra regione e che essi combattono come società civile e che sono la criminalità organizzata e una sorta razzismo di ritorno, che mai è stata presente nelle società meridionali dei secoli passati, che hanno accettato con tolleranza: greci, etruschi, bizantini, longobardi, normanni, tedeschi, francesi e spagnoli. Come conosciamo bene talune neoplasie e le loro cure, eppure non riusciamo ancora a debellarle del tutto, così conosciamo bene le cause per cui si sviluppano la camorra e il razzismo nella nostra società ne conosciamo anche le cure ma non riusciamo a sconfiggerle definitivamente. Sappiamo che alla base c’è la mancanza di un serio sviluppo economico e culturale del Sud Italia in generale, per cui chi non lavora non ha soldi e pertanto non manda i figli a scuola e la scuola non è in grado di educare le menti verso il rispetto di quelle regole del vivere civile, che ogni cittadino dovrebbe possedere per porsi al servizio della collettività e non per far prevalere il proprio particolare egoistico, che va a discapito della collettività. Conosciamo bene gli intereventi che occorre mettere in campo per vincere il malaffare e tra questi il rafforzamento dell’azione di prevenzione e contrasto da parte dello Stato alla malavita organizzata, la confisca di quei beni accumulati illecitamente, la gestione della trasparenza e della moralità nella pubblica amministrazione e la diffusione del rispetto delle regole comuni e tra queste quelle riguardanti la diffusione della legalità e della sicurezza come diritti fondamentali della persona umana. Eppure non riusciamo a debellare la malavita perché nella nostra società continuano a formarsi, nonostante la modernizzazione a cui va incontro la società con la tecnologia, sacche sociali irriducibili all’integrazione sociale e culturale, per mancanza di stimoli positivi, che invece di tendere al bene collettivo tendono al bene soggettivo, soprattutto attraverso la messa in opera di attività illecite quali lo sfaccio, la prostituzione, il pizzo e le tangenti, colpa ne è la moderna società dei consumi, che pone come modelli positivi il soddisfacimento dei propri elementari bisogni, che si fondano sul mero possesso di beni materiali, proposti da una pubblicità ingannevole e subdola che ci fa ritenere indispensabile al nostro vivere quotidiano l’ultimo modello di telefonino, l’auto più costosa e il vestito più appariscente, proponendo così non solo un tipo di vita che solo pochi possono permettersi ma anche di surrettizia felicità. Da noi permangono ancora alcuni punti di forte criticità, ancor troppa politica collusa con la malavita senza che vi siano episodi di resistenza e di opposizione significativa, c’è ancora una scarsa attenzione da parte delle imprese alla denuncia del pizzo..
La speranza per la nostra provincia e per tutto il Sud può nascere dal coraggio e dallo sdegno per il malaffare, che sono due condizioni essenziali per spingere soprattutto l’animo dei giovani al cambiamento. Ecco perché oggi come ieri è più che mai necessario porre al centro delle iniziative, prima culturale e poi politiche, la questione morale, che non è da intendersi come questione religiosa ma va intesa come principio laico, dove l’utilizzo di un nuovo dizionario nel quale termini come: fiducia, condivisione, trasparenza, responsabilità, sperimentazione, innovazione, riacquistino il loro significato vero e diventino il lessico per la nuova classe dirigente. Lo Stato per vincere la lotta contro la malavita organizzata ha il dovere di riappropriarsi, prima di tutto del proprio territorio a trecentosessantacinque gradi; il territorio occupato dai clan malavitosi è da intendersi non soltanto nel senso fisico ma anche attraverso un indispensabile impegno di tipo culturale, ecco perché per debellare l’analfabetismo di ritorno c’è bisogno, come bene propone la Regine Campania con “Scuole Aperte”, dell’apprendimento lungo l’intero corso dell’esistenza umana per far diventare operante quel principio di cittadinanza attiva, che è necessario per far crescere la società, perché con le nuove tecnologie c’è un nuovo modo di concepire il tempo e la formazione professionale, questo perché il fenomeno malavitoso si è così radicato nella nostra società che bisogna adoperarsi affinché nasca una nuova coscienza civile capace di affrancarsene, ma tutto ciò potrà avvenire se come afferma don Luigi Ciotti assicureremo -Il diritto al lavoro per difendere dignità e legalità nei luoghi di produzione- (p. 132) e se come afferma l’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, rivolgiamo i nostri propositi -Al rispetto della dignità umana usando il metro [di essere dalla parte] degli ultimi- (p. 42).
Il libro di Pasquale Iorio mette in rilievo tutto quel capitale positivo che c’è nella nostra società e che pur provenendo da esperienze diverse, lotta, accumunato dalla stessa passione civile e morale, per la rinascita della provincia di Caserta, per cui non è solo la testimonianza affettuosa verso quanti si impegnano ma anche una speranza verso il prossimo futuro, un fulgido esempio da seguire da parte di tutti noi, perché proprio traendo forza da queste energie positive si possa partire per creare una nuova mentalità, che possa portare alla formazione di una nuova classe politica, che possa sopperire ai fallimenti di quella passata, con un impegno che partendo dal basso possa diramarsi in tutti i settori del sistema culturale, sociale, economico e politico della nostra martoriata provincia.
Alfonso Caprio
RECENSIONE a T. SCALA
La valigia di cartone. Il Sud dall’Unità al Federalismo Fiscale, Napoli, Satura Editrice, 2009.
Il titolo del libro di Tonino Scala La valigia di cartone è un titolo molto ammaliante, ma è il sottotitolo Il Sud dall’Unità al Federalismo Fiscale, che rivela l’argomento dell’intero volume; la lettura di questo è stato per me veramente piacevole, una immersione nella storia del Mezzogiorno d’Italia dall’Unità ad oggi, sintetizzata con tutti i suoi problemi che dalle origini si sono trascinati fino a noi. Una summa a cui vanno aggiunti le proposte che la politica, tanto nazionale che locale, ha messo in campo per la rinascita delle nostre terre.
Le opinioni che l’autore esprime nel testo sono per la maggior parte condivisibili, forse perché venendo dalla stessa area politica, quella della sinistra, mi sembra che si possano ritenere utili per un dibattito onesto al di là dell’appartenenza politica.
Voglio soffermarmi, perciò, su quello che non mi vede accondiscendente.
C’è ultimamente una sorta di revisionismo storico per quanto riguarda la politica borbonica, ci sono numerosi, giornali, persone, siti web di neoborbonici, che sembrano riproporre una visione antistorica di quelle che sono le nostre vicende del Mezzogiorno, quasi a voler riproporre l’assioma “di quanto stavamo bene quanto stavamo peggio”. Nel Sud tutti eravamo ricchi, vivevamo bene, felici e spensierati durante l’ultima età borbonica, per intenderci quella prima dell’unità d’Italia e nessuno lo sapeva. E’ pur vero che “l’Italia era stata unificata da gruppi di persone piuttosto ristretti (Studenti e professionisti avanti a tutti” (p. 20), ma che “pochissimi poi erano gli operai e i contadini che avevano personalmente partecipato alle lotte unitarie” (ivi) mi sembra poco verosimile, perché Garibaldi conquista la Sicilia, promettendo, da dittatore, la distribuzione delle terre ai contadini, mi chiedo altrimenti come avrebbe fatto a conquistare un’isola con solo mille uomini? E’ vero che c’è stato poi l’eccidio di Bronte, ma questo è avvenuto proprio perché non si sono mantenuti i patti. Forse per me che vengo dalla pubblicazione del Carteggio del poeta napoletano Gabriele Rossetti, che è dovuto scappare in Inghilterra dopo i moti del 1820-21 e rifarsi una vita lì, o dalla lettura delle Ricordanze di Settembrini è difficile comprenderlo. La ricchezza aurea del Sud quei 445,2 milioni di lire che servirono a ripianare il bilancio del nuovo stato italiano, era un tesoro, che i Borboni non avevano saputo far fruttare. Cavour in Piemonte ave costruito il canale che ancora oggi porta il suo nome per favorire i commerci, noi ci beiamo del fatto che abbiamo avuto la prima nave a vapore, la prima ferrovia, ma questa era stata costruita per raggiungere la reggia di Portici e quella di Caserta, non per favorire i commerci nel Mezzogiorno, d’Italia. Le, tanto decantate, seterie di San Leucio era stata costituite con degli Statuti speciali, poco più di un gioco per il sovrano, che immaginava la creazione di una società di eguali ma sotto il suo diretto e vigile controllo. Il Regno di Sardegna aveva ottenuto, fin dal 1848, da Carlo Alberto lo Statuto albertinbo, era una monarchia costituzione, a Napoli i Borboni governavano ancora in modo assolutistico, il re nel 1820 aveva giurato sui Vangeli di difendere la Costituzione emanata ma ritornò da Lubiana con gli Austriaci. E’ in atto, secondo me, un revisionismo storico, propagato dalla Lega, a cui noi ci stiamo abbeverando e insensatamente lo riproponiamo di rimando, facendo il loro gioco, con la contrapposizione Nord Sud, Settentrione e Meridione, una divisione che se non apriamo gli occhi ci porterà a rivivere le tristi guerre tra guelfi e ghibellini, a rivivere quella divisione che per tanti secoli ci ha fatto un nazione divisa e non unita, con tutte le conseguenze che ne sono derivate. Chi viene da una tradizione di sinistra dovrebbe stare attento, l’unione fa la forza non la divisione, la classe operaia ha ottenuto questo stato sociale di cui godiamo attraverso lotte e sacrifici anche di vite umane. Questo revisionismo è quello stesso che sta prendendo piede anche con la negazione dell’olocausto non solo da parte di alcuni leader arabi ma anche di esponenti della chiesa cristiana come i lefebriani. Quello stesso revisionismo che tra poco negherà la lotta di liberazione che c’è stata dopo la Seconda guerra mondiale in Italia, tra poco verranno a raccontarci che sono stati i nazifascisti a liberarci e che chi è stato trucidato da inerme è stato colpito dal fuoco amico.
I soldi c’erano nel Regno delle Due Sicilie ma il dramma e che non erano investiti dallo stato perché il re era ancora il padre padrone della nazione. E dopo la conquista il Sud si è ritrova senza strade, senza una rete ferroviaria adeguata e senza scuole. “L’Unità ha fatalmente tolto al Sud le sue maggiori risorse” (p. 53). E quanto ci ha penalizzato la mentalità assistenzialista del “festa, farina e forca” di borbonica memoria? Non lo dico io che non sono nessuno ma quanto l’inviato del governo nazionale si reca dal principe di Salina, nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e gli chiede di entrare a far parte del nuovo parlamento nazionale, ebbene questi rifiuta e gli risponde che “I Siciliani- ma questo vale per tutti i meridionali in generale - non vorranno mai migliorarsi per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi si credono di avere un passato imperiale che dà loro il diritto a funerali sontuosi. […] Non credo che i suoi antenati […] governassero meglio dei Salina. I risultati intanto sono diversi. La ragione della diversità deve trovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità”.
Ed è questa cecità che non ci ha fatto capire come da noi stessi poterci migliorare, abbiamo fatto lo stesso sbagli che hanno commesso un po’ tutti gli italiani, quando speravano di ottenere la libertà da qualche nuovo popolo invasore e il Manzoni in Marzo 1821 ce lo ricorda “Quante volte sull’Alpe spiasti / l’apparire d’un amico stendardo!”. Lo spirito individualista di cui siamo dotati non ha fatto crescere e sviluppare le cooperative, come mai in altre regioni d’Italia funzionano e qui da noi no. Io penso che quanto la smetteremo di sperare negli altri più che in noi stessi e mettere un po’ da parte questa sorta di “prosopopea” che ci fa credere “omme e conseguenza”, e il camorrista è “omme e conseguenza”, e ci rimboccheremo le maniche, allora avremmo fatto un passo avanti.
L’Autore sottolinea benissimo nel libro come le difficoltà derivano anche dalle estorsioni perpetrate dalla malavita organizzata, che taglieggia i piccoli imprenditori e da qui la scarsa diffusione di delle piccole e medie imprese nel Sud e Castel Volturno nel suo piccolo ha dato il suo contributo con l’assassinio di Mimmo Noviello.
Le maniche noi ce le siamo rimboccata al Nord durante il bum economico degli anni Cinquanta e Sessanta, del secolo passato,e abbiamo sfatato il luogo comune che i Meridionali non hanno voglia di lavorare, ma il difficile è qui da noi, i giovani che ancora emigrano, ed emigrano non solo braccia, ma anche le menti, che qui hanno studiato e qui dovrebbero spendere le loro potenzialità, per far ricchi i nostri territori.
Sono d’accordo con l’Autore quando dice che la rinascita di una nuova stagione meridionalistica potrà corrispondere con l’interesse nazione, la vedo difficile con la Lega che fa dirottare al Nord i fondi FAS o con la proposta di imposizione delle gabbie salariali. Io penso che se ci lasciamo abbindolare senza un minimo di ragionamento come lo stesso Autore propone nel suo libro, dalle chiacchiere anche di una TV a senso unico monocorde, che ci tratto ormai da consumatori più che da cittadini, che dice che tutto va bene, torneremo indietro e non andremo avanti, se soprattutto la nostra classe politico non parla chiaro e schietto all’elettorato, perciò ritengo molto utile il capitolo sulla Sanità Campana e quello sugli investimenti fatti e da farsi, positivi e negativi, così come i commissariamenti, che sono un fallimento totale per la democrazia.
Leggere il libro è stato un rivisitare in breve uno spaccato della nostra storia passata e recente e indicarlo, come testo da leggere e meditare ai lettori, serve a capire chi siamo e dove vogliamo andare in questo paese bello e sfortunato.
Castel Volturno 02.02.2010
Alfonso Caprio
RECENSIONE a F. DI NAPOLI
Quanne i suone addeventano parole, Castel Volturno (CE), Ed. Biblioteca Parrocchiale Don Milani, 2009.
Francesco di Napoli appartiene a quella schiera di antichi poeti dialettali, che svolgevano nelle comunità agricole pastorali svariati mestieri dai pastori ai barbieri, dai sarti ai contadini, che, nei secoli passati, hanno assicurato nel tempo, con le loro effimere opere, la cultura popolare di una società, che altrimenti sarebbe andata dispersa, “effimere” perché molte volte non considerate opere letterarie degne e pertanto ignorate dagli studiosi di lingua italiana colta. I vecchi aedi, delle società arcaiche da Omero in poi, non hanno fatto, invece, che testimoniare con la loro poesia, quello che era il modo di pensare e di sentire di un determinato gruppo umano e sociale al quale essi stessi appartenevano. Io ritengo che Francesco, con questa che è la sua prima opera ad essere pubblicata ma anche e soprattutto con il suo teatro, sia il cantore dell’anima popolare di Castel Volturno, di quel mondo agreste, che ha rappresentato per secoli la sola cultura di un mondo atavico, che oggigiorno la società post industriale ha ormai spazzato via e per le giovani generazioni non resta che un ricordo lontano e alquanto favoloso.
Il libro di poesie, di cui discorriamo in questa presentazione, raccoglie tutta la produzione di una vita, ponendo l’Autore all’attenzione del più vasto pubblico, speriamo non solo di Castel Volturno, che per il dialetto nostrano utilizzato ne fa quasi un prodotto di nicchia se così si può dire, ecco perche per renderlo più fruibile al più vasto pubblico dei lettori, i curatori hanno posto delle note, a quelle parole che ritenevano più arcaiche e incomprensibili.
Il libro è stato intitolato dall’Autore Quanne i suone addeventano parole e già il titolo è indicativo, i “suoni”, l’oralità del Nostro, tutto quello che era stato pensato ed elaborato dalla sua mente e che fino ad oggi erano solo “suoni”, quasi dei rumori, delle voci, diventano “parole”, cioè acquistano la dignità di essere portate all’attenzione degli altri, di quegli altri che siamo noi e ai quali il più delle volte Francesco ci si rivolge con l’attacco della “e” congiunzione fin dall’inizio del componimento, quasi a voler stabilire con il lettore un rapporto di familiarità (E…, p. 207). Il mondo dell’Autore, i suoi pensieri più intimi quelli più nascosti, quelli più profondi, le sue riflessioni più estreme, diventano veicolo per esprimere non solo se stesso e il proprio sentire quotidiano, ma il mondo al quale appartiene e del quale ha cercato di metterne in luce tutti gli aspetti, come le sfaccettature di un diamante, che emana luce riflessa da ogni lato. -E guardarese rente / a ll’uocchie / i nuie stesse. / Specchie de specchi/ diamante i mille facce- (p. 117).
Il volume si apre con una Presentazione di Don Ernesto Branco, una introduzione Su Francesco di Alberto Esposito, un Posfazione dello stesso Autore, e una Biografia dell’Autore scritta da me, tutte le poesie sono state raggruppate in varie sezioni si inizia con Paese mio famiglia mia, titolo anche di una delle commedie messe in scena da Francesco, seguono: L’amice, Forme nove, Ammore ammore che …dulore, Risperazione, Accussì, Natale, Mammà e ll’ate, ‘A ziria, Cuitudene, ‘A bestia e in ultimo le Canzoni. Ogni settore sviluppa, raffigura e rappresenta un argomento attraverso il quale l’Autore cerca di riscattare le scelte individuali e il suo mondo e quello della sua gente senza compromessi e senza mediazioni.
In Paese mio famiglia mia, l’Autore si sofferma, attraverso la poesia, a riflettere sul suo mondo più prossimo quello che era ieri il paese di Castel Volturno e oggi è una città. La nascita appena dopo la Seconda guerra mondiale in una terra desolata e affamata, come doveva essere quella di Castel Volturno con la sua quotidiana lotta per la sopravvivenza e la dura fatica dei campi e la primitiva istintività della sua gente, assuefatta al dolore e all’abitudine e alla rinuncia hanno segnato non solo l’infanzia di Francesco ma anche la sua vita e la sua poesia. Gli studi rabberciati nelle sole classi elementari del paese e i suoi rapporti con i libri e gli sparuti intellettuali, non solo della nostra città, lo hanno portato a crescere e ad intraprendere un’avventura culturale che si è andata sempre più configurando come una lotta di conquista, non solo per il paese ma anche per la ricerca di un proprio spazio vitale nell’ambito di quella stessa società di cui è cantore. Le privazioni, le umiliazioni, le frustrazioni e le delusioni anche politiche non lo hanno mai spinto ad abbandonare la propria terra, ecco perché il settore Paese mio famiglia mia si apre con poesia intitolata Rareche (Si a forze / ‘i scippà / i rareche / tenesse, / luntane / a chistu poste / i notte me ne / fuisse. / Ma nu destino / ‘a tte me ‘ncatenate. /. Comme’è na pianta / moro / addò so nato, p. 11). Le radici affondano nella terra e rendono impossibile la fuga da questo suo mondo, la metafora, di un destino che ti incatena al luogo in cui si è nati e vissuti non rende possibile la fuga, una fuga che, qualora avvenisse, si prospetta di notte, con il buio e non alla luce del sole, uno sgattaiolare via, quasi, da malfattore, che non bisogna mostrare agli altri, perché il fuggire rappresenta il rinnegamento del proprio mondo, un mondo che si trova racchiuso tra l’acqua e la campagna (‘U paese mio / sta assettate/ costa sciumme. / Addo finisce l’acqua / accomincia a campagna!, p. 12), una immagine poetica, che utilizza il termine “assettate” per indicare la distesa della piana del Volturno, lo spazio circostante in cui è posta la città di Castel Volturno, dove gli uomini, in queste caso una donna, fonde il proprio corpo con le pietre del vecchio maniero, diventando un tutt’uno come una Preta vecchia (p.13), un mondo che nell’assopirsi lentamente, -s’appapagne / scapezzianne- (p. 13), sta per scomparire, perché ormai da questo luogo pure -‘u tiempe / se ne fujette-, -mammoria i nu’ silenzio / surde e cecate- (p. 14).Del vecchio paese, del borgo antico sono ricor- te non solo le case, oramai, -vocche / senza parole- (. 21) ma anche i luoghi:‘U Pusulone (p. 15), ‘U Mendracchio (p. 16), Na vreccia (p. 18), il mondo della pineta con i suoi colori e i suoi profumi (p. 35), i Varacune (p.36), il mare e il fiume (p. 40) ma anche i personaggi umani da ‘Ngialamaria, di cui si rievoca la splendida voce con cui intonava una -canzone antica- mentre -fa ’a culata a sciumme-(p. 24), a Mariucce i Micalone, di cui è richiamato il verso giornaliero -Bone accù- con cui invitava le popolane a comprare gli ortaggi, che la stessa coltivava (p. 25); dal padre di Girapalelle, che il mito popolare voleva aver trovato la spada che il San Michele della chiesa dell’Annunziata ha in mano (p. 26); a Maturrafele, un vecchio falegname con i suoi racconti di tesori (p. 27), a Mariarosa che impazzi per aver assistito, il giorno delle nozze, all’uccisione del futuro marito -annanze a chiesa r‘Annunziata- (p. 28); personaggi che richiamano alla mente quel mondo degli umili di manzoniana memoria ma ancora di più quell’umanità dei vinti, che Verga ha così egregiamente dipinto in tante sue novelle.
In L’amice la riflessione va al tema, come sottolinea il titolo, dell’amicizia, un tema antico, che ricalca la solidarietà umana tra due persone di affinità elettive simili, per cui all’altro che racconta le sue vicissitudini va la partecipazione al suo dolore: -Amico mie / me fatte chiagnere / pure a me. / Che bella cosa!- (p. 47); e nell’altro che si scorgono le rughe del tempo che passa -Scavata ru’tiempe / è ssà ffaccia-, che è ancora -allasanuta i vite- (p. 57). In questa sezione troviamo il ricordo degli amici più cari, come personaggi di quel suo mondo, a cui il nostro Autore ha voluto dedicare il suo pensiero più affettuoso ad Alfonso che -Je ringrazie, / pecché me tiene / attaccata a sta terra, / pure quanne e fuiremenne / me vena a voglia.- (p. 60), a Vincenzo invitato a cercarsi il suo Dio (p. 61), a Remo (p. 61). Accanto gli amici umani sono ricordati anche gli amici più fedeli quelli a quattro zampe, cioè i tanti cani randagi, che negli anni, Francesco ha raccolto e che gli hanno fatto compagnia, come Pluto, Alleanza e Pallino, animali, che forse meglio di tanti “cristiani” hanno cercato di riempire i tanti momenti di solitudine e di sconforto.-Me fanne cumpagnìa / sule duie cane, / cuccate appiere / e comme a mme / forze senza penziere.- (p. 65).
Nella raccolta Forme nove, l’Autore si sofferma -Cu’ l’uocchie curiuse / a cercà forme nove-, diverse, varie, che tanto la natura quanto l’ingegno umano assegna ai vari oggetti su cui si posa la sua attenzione da Na mascella janca (p. 72) allo Staccariello i mare , -Anema zucata /senza vita- (p. 73), alla cenere spenta di un braciere -Mammoria i nu giardine / addeventate cennere- (p. 74).
Nella sezione Ammore ammore … che dulore affiora il tormento che procura l’amore, perché -affuria i ce uardà / ce simme cecate, / stanne sempe cchiù vicine / ce simme allontanate.- (p. 80), ma l’amore è cantato in ogni sua sfaccettatura dalla ‘A resella (p. 82) alla Vocca (p.83), dalle Appiccicate -Si toste e si chiatre, / si marmule e brite. / Si comme a jastemme / nun canusce perdone- (p. 84), agli sguardi (Te ‘uardo, p. 91), dalla gelusia (p. 106), alle catene -ri suonne / d’ammore spezzasse- (p. 107); ma l’amore passione bruciante non è solo rivolto verso la persona che si ama ma anche nel voler -’bbene a tutte a ggente- (p. 81), a tutta quella gente che rappresenta il mondo, la famiglia in senso lato, allargata dell’Autore, questo perché l’amore è -comme ‘u viente / primme me vignie i gioje / e mane nun ‘mme / rimmane niente- (p. 81).
Nei quindici componimenti di Risperazione è affrontato il tema tormentato della disperazione -che fa ‘nascere ru niente / vite e munne po’ cielo- (p. 113), ma anche quello dell’aldilà e della divinità. Sappiamo che l’Autore da sue ammissioni personali si ritiene un non credente, ma è un “incredulo” singolare che si pone a discute dei suoi mille dubbi con San Pietro (p. 115 e p. 119), con il Padreterno (p. 115) o Criatore (p. 117), e crede All’Inferno (p. 120), nel Purgatorio (p.122) e ‘Mparavise (p.121) dove si ode una bella musica -E na gioia ce piglia / i ricorde luntane / e chignimme e rerimme / a sbattere i ‘mmane- (p. 121).
In Accussì, che resta la sezione più piccola dell’intera raccolta solo cinque componimenti, continua il tema della sezione precedente, vi è rappresentato il mondo religioso del nostro Autore, che resta da una lato legato alla condotta atavica del mondo contadino con le sue credenze popolari dall’altro ad una ricerca agnostica del mondo dell’aldilà. Nei vari componimenti si riscontra un forte senso di quell’arroganza intellettuale, quella superbia umana che non si pone limiti davanti a niente e a nessuno, nemmeno davanti a Dio, ad un essere che secondo il nostro Autore, non esisterebbe, ma davanti al quale ci si siede insieme su ‘U scannillo e gli si dice -Pecché tiene raggione tu / e pure je - (p. 128). La presunzione e la sfrontatezza raggiungono l’apice in Te vengo a dicere (p. 130), dove si confondono il paradiso di Dio dove -c’e stanno sule i sante-, cioè la parte migliore e non potrebbe essere altrimenti e il -Paradiso mio-, quello dell’Autore, che è soltanto questa umile terre, che tutti noi conosciamo con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue verità e le sue bugie, con i suoi inverni e le sue stagioni, con i suoi santi e i suoi peccatori, dove c’è bestemmia e benedizione, dove accanto alla vita e c’è la morte e quindi un luogo limitato, finito e non un vero e proprio Paradiso, come se lo immaginano quelli che credono nell’aldilà. Questa -presuntusaria-, che l’Autore poi si riconosce, perché la nostra prosopopea ci porta a -trasì e ascì / arinte ‘i panne ‘i Dio / E allora ce sfrenamme /’adderezzà tutte i cose storte- (p. 131), deriva dal fatto che come uomini -Campamme / pa’ paura ru’ dulore-, che non è altro che la paure della morte e allora -speramme i ce sanà / cu nu poche ‘i ammore - (p. 132).
Il tema del Natale è affrontato nell’apposita sezione. Il Natale è visto con gli occhi del passato e quindi c’è l’invito ad -Attizza ‘u fuoche / sente i zampognare; / arape ‘u core / sta pe’ vvenì Natale-, (p. 135) e con lo sguardo più moderno e consumistico, dove la festa è osservata nelle luci e nelle spese, ma c’è sempre l’invito al -Bambeniello che nasce / arapece ‘u core / p’aiutà i puverielli / ma nun sule a Natale- (p. 136), da qui il ricordi verso chi soffre come i carcerati, che sono lontani dalla famiglia e cercano il riscatto nel cambiare strada (Carcere, pp. 141-2. ). A Benedetto è dedicata Natale a casa mia, dove il Natale vero è scorto nella nascita di un nuovo essere umano in carne ed ossa, un essere umano certo, che porta felicità nella famiglia dove arriva.
Nella sezione Mammà e ll’ate è trattato il tema della scomparsa delle persone care come la mamma e il padre dell’Autore, ma anche di persone che nella comunità in cui viviamo hanno lasciato un grande vuoto con la loro prematura dipartita. Alla memoria della mamma Francesco dedica non solo la poesia A mia madre,-Ciao rosa mia / a spina toja te saluta- (p.153), un distico in cui la mamma è vista come una rosa dal figlio di cui lui stesso è la sua spina; una visione questa di affetto intimo quasi religioso diremmo, là dove la rosa per eccellenza è la Vergine Maria, di cui il figlio resta la spina per il dolore che gli ha provocato con la sua straziante morte sulla croce, una madre, quindi, vista come Vergine Addolorata, per aver speso tutta una intera vita nel faticoso lavoro per vedere realizzato un figlio e quindi un progetto di vita, ma quando la madre muore, per quel misterioso intreccio d’amore materno e filiale, che viene a crearsi tra due persone che hanno convissuto per un lungo periodo così intimamente, la fine di uno è anche quella dell’altro:-Sta morte è a mia / e saccio che na morta longa- (p. 158). Ma la madre resta, anche dopo la sua scomparsa, un nume tutelare, una lare domestico, una divinità della casa a cui rivolgersi per comprendere fino in fondo chi si è veramente -Oi ma! / Aiutema a scavà /’ndà ‘sti prete, / pecché nun sacie / cchiù chi songhe- (p. 16). Un solo componimento è dedicato al padre, perduto in giovanissima età, per cui in Mi manche (pp. 163-4) c’è il rammaricarsi di non aver vissuto insieme momenti di intimità filiale, di cui i bambini molte volte sentono la necessità impellente per sentirsi figli amati, e basta un niente che è il tutto, camminane per le vie con la mano nella mano (stregnenne a mana toia / rente a mana mia), fare un giro in biciclette stando seduto sul davanti -e sentieme ‘ncuollo / a voce toja, / e ‘u caure ru sciato- (p. 163).
Nella sezione ‘A ziria, ad indicare un malumore che talora ci prende senza un reale o apparente motivo: -Stammatina, / se sessuta ‘nzieme a mme / na ziria nova, / che me tegne nire / ogni pensiere- (p. 171). Gli argomenti su cui l’Autore sofferma la propria meditazione sono vari, tra questi il tema delle parole che -ce tenene / attaccate mane e piere- (p. 182), i Pensieri (p. 184), la Farfalla (p. 186), il vento i Viente e parole (p. 176) e Viente (p. 190), che resta -mistere rum munne-, Sciure (p. 193), ‘A puteca (p. 197), l’Orizzonte (p. 198), a Nuttata (p. 199), L’orchestra , -I vote / tenghe ‘nda capa, / comme e n’orchestra scurdate. / I sentimente e penziere / scombinate. Ma quanne trove doie note / e nu poche i armonia / nu ffuoche me piglia / e nasce na poisia- (p. 203).
Anche i temi di Cuitudene sono vari e vanno dalle riflessioni sulle stagioni (p. 221), sull’alba (p. 220), sulla mattina (p. 220), sulla sera -Tramonta ‘u sole. / E a sera va a stutà / tutte i culure-,(p. 224), su taluni mesi dell’anno come Settembre -allentate i stagione - (p. 223), ma anche sul pane, che resta -miracule eterne- (p. 216), sul Pane felice -E mettere ‘nzieme / i mumente felice, / attaccate comme / a regne i grane. / E farene pane / e che pane!- (p. 223), o il Pane cu i ciccele, (p. 217) una scenetta tra madre e figlio, dove la schiettezza del dialogo, di un attimo di teatralità familiare rende con la semplicità delle battute tutta l’intimità dell’umanità esistente tra i due protagonisti. Al pane sono da aggiungere i frutti della campagna dai fichi d’india (Ficurinie p. 214), ai meloni -spicchi de luna, / sapore de sole- (p. 214), dalle more -azzallute ri muschille / e cchine i povere- (p. 215) ai fichi uttane, che -Mmieze i frunne / s’affaccene / singhiate ru sole- (p. 216), mentre nella Cuntrora quando -’U sole / vatte e coce- (p. 222) si è in attesa della Frescura con una -seggia che aspetta / annanze a nu scaline- (p. 222).
Nella sezione ‘A bestia, si ricerca l’altra faccia dell’umanità, l’altra faccia dell’animo umano, nascosto a noi stessi il più delle volte, nel nostro intimo più profondo, una -bestia / che tenimme a rente / ogniune i ‘nuje, / che spaseme, / che rama / e che sbava, cu quali catene / attacamme / pe na fa ascì / a parte i fore?- (p. 231), eppure cerchiamo la Libbertà, quella libertà che non è coscienza, non è legge e non è ragione, perché -Libbertà nun zi / niente e nisciune, desiderio i pazzia / ru’ genere umano- (p. 233). Ma la libertà non ci porta a vincere la bestia (Pe’ vencere a bbestia, p. 238), che è in noi, perché -Chiure l’uocchie / Songhe je chella bestia! / Arape l’uocchie / e me facce paura!- (p. 239). In questa sezione è riporta anche la poesia ‘A bandiera rossa, l’unico e solo componimento che si richiama all’attività politica svolto dall’Autore. La sua adesione al partito comunista trae origine dalla volontà di una scelta, che significasse compartecipazione al faticoso e duro lavoro e alle umiliazioni dolorose subite degli umili lungo l’arco della storia delle vicende umane, la scoperta, quindi, di una religione laica dei poveri i cui riti si celebrano non solo sotto i segni delle rivendicazioni e delle lotte ma anche sotto il culto di quella cultura, che per secoli ne ha animato l’animo più propriamente popolare. Il componimento è una riflessione abbastanza amara di quello che l’umanità non ha saputo cogliere dalle indicazioni date dall’ideologia propagandata dalla “bandiera rossa”, questo perché i tempi sono ormai mutati così -Appriesse a tte ‘nce / vene cchiù nisciune-; le masse sono orientata da ben altri mezzi di comunicazione come la televisione, che sa meglio indirizzare le paure della gente, che -vò scutà chi conte / i fessarie- ed oramai -sé scèvete / ati strade, / addo ‘u curtielle / serve pe’ campà-. Eppure il finale, stanco, disilluso diremmo, è aperto, comunque, alla speranza di un cambiamento, che verrà in un prossimo futuro: -Addò rimane / forze tutte cagnarrà- (p. 236).
Il volume si chiude con la raccolta Canzoni, sono i testi di quelle stesse, che musicati dai tanti amici musicisti di Francesco, si sono ascoltate durante le rappresentazioni teatrali delle sue commedie. In esse sono riproposti gli echi di fatti lontani, che sono trasfigurati nel mito del canto popolare e rivissuti nei risultati drammatici di una condizione favolistica, per cui il suo canto si perde nel lamento di una tragedia ma anche nel rimpianto per le occasioni perdute per la rinascita del proprio paese e della sua gente, che nonostante la rabbia, come nella canzone Junghiata -Pe sti mane junghiamme / pe sti mane nuje priamme / pe sta vocca nuje cantamme / pe sti rienze muzzecamme- (pp. 253-4), non ha ancora trovato la strada di quel riscatto, che la rendesse veramente partecipe del proprio destino, come nella canzone Canto e cunto -Paese mio, / paese senza paesane, / paese che si nà strada nun truvamme / nu sapimme ne chi simme / e ne a ro jamme- (p. 263), ma le secolari febbri malariche endemiche, che si sono propagate in questa -Terra salata, terra i acqua roce / è amaro ‘u pane / che ce fai magnà / sotto a nu cielo / senza na speranza / ‘u Pataterno ce scurdate ccà- (p. 251) e nel corpo della sua gente non ne ha fiaccato lo spirito e la resistenza, perche questa -Malaria, / sta freva e freva, / freva i libertà- (p. 252).
A chiusura del testo è posta la poesia Fessarie, quasi che l’Autore volesse dare al lettore la chiave di interpretazione di tutto il suo percorso poetico, con una ironia sottile, sembra invitarci a non prendere lui e i suoi componimenti troppo sul serio, ma nella realtà dei fatti tutte quante queste “fesserie”, come lui le chiama,:-so veretà alluccate / ‘a st’anema mia- (p.265).
Sono queste verità “alluccate”, che fanno di Francesco il cantore dell’animo suo e del mondo popolare nostro.
Risultati elezioni Primarie del Centro Sinistra per la designazione del candidato a sindaco.
Le elezioni Primarie del Centro Sinistra per la designazione del candidato a sindaco del Comune di Castel Volturno (CE) per le elezioni amministrative del 27 e 28 marzo, svoltesi domenica 14 febbraio 2010, hanno dato i seguenti risultati.
TOTALE (centro storico) 346,(Pinetamare) 310, Totale 656
E’ questo il maggior risultato che il Centro Sinistra ha ottenuto a Castel Volturno con il sistema delle Primarie, infatti alle elezioni per Romano Prodi candidato a premier, svoltesi il 16 ottobre 2005, i votanti furono 597, per quelle di Walter Veltroni svoltesi il 14 ottobre 2001, i votanti furono 461, per quelle per Pierluigi Bersani, tenutesi il 25 ottobre 2009, i votanti furono 336.
Ringrazio, prima di tutti, gli elettori che mi hanno sostenuto ma anche i tanti che hanno votato i miei avversari, i quali si sono comportati sempre correttamente e lealmente. Il mio compito sarà quello di partire da questi risultati per tenere unito il Centro Sinistra a Castel Volturno, per farne un piccolo laboratorio, un modello di convergenze di identità, affinché si possano dare risposte insieme organiche ai tanti problemi che ancora attanagliano il nostro territorio comunale e non lo vedono riemergere e affrancarsi dal bisogno sociale, economico e non ultimo ambientale. Conclusasi questa prima fase delle primarie occorre adesso essere coesi per preparare tutti insieme le liste per le amministrative, perché da questo momento in poi i nostri avversari politici sono altri, sono tutti quelli che ancora non si sono misurati. Noi abbiamo avuto l’ardire di scendere in campo e di raccogliere questo risultato poco o molto che sia è un risultato mentre gli altri, tutti gli altri partono da zero. L’avventura è appena iniziata e con pazienza e determinazione dobbiamo tornare ad essere padroni del nostro futuro.
Alfonso Caprio
Candidato a sindaco del Centro Sinistra di Castel Volturno CE